“Whiskey Myers” – Whiskey Myers (2019)

Avevo un dubbio prima di scrivere questa recensione e cioè se scrivere davvero di quello che mi ha suscitato oppure cercare di essere meno emozionato e magari stemperare un pò l’entusiasmo. Ecco, non ce l’ho fatta e ve lo dirò a chiare lettere : questo disco è un capolavoro. Punto. Senza se e senza ma. Un disco coraggioso, che arriva dopo una gavetta lunghissima iniziata con il primo album (Road of Life, 2008). Era grezzo sì, ma pieno zeppo di canzoni che lasciavano già intuire un talento fuori dal comune. Un’ascesa culminata con Mud del 2016 sotto la regia sapiente di Dave Cobb, che da buon mago della produzione li ha lasciati liberi, ma li ha istruiti su come costruire da soli il proprio sound. Eccolo qua: auto-prodotto e con una copertina che lascia intuire che sarà un disco ispirato al passato del rock (la storia del rock) e che il centro di tutto è la band : Cody Cannon, John Jeffers, Cody Tate, Jeff Hogg, Jamey Gleaves e Tony Kent. Niente trucco, niente inganno, ma solo un talento che li fa essere, più di tante altre bravissime band, il riferimento assoluto del nuovo rock americano. Nessuno come loro. Il disco è suonato per davvero, pensato e finito in pochissimo tempo e con la rete a fare da rampa di lancio : i Whiskey Myers hanno lanciato un mega tour anche europeo (dal vivo sono anche meglio) e ben 6 singoli ad anticipare questo lavoro per far venire l’acquolina in bocca ai fans e per far incuriosire quelli che ancora non li conoscevano bene. Una band che non è diversa dai suoi fan duri e puri, lavoratori semplici, con ideali e convinzioni forti che trasportano con orgoglio nelle liriche dove le loro storie sono vere e vissute, poeti e cantastorie direttamente da Palestine, Texas. Fossero nati nell’epoca d’oro, quella degli Dei sulla Terra, sicuramente sarebbero stati un punto di riferimento come i Lynyrd Skynyrd, di cui oggi sono gli eredi più diretti e credibili. Un sound che definire solo southern ormai pare riduttivo. E’ solo rock americano, c’è il southern ma anche il soul, il rock, ma anche il punk e il country.  Un viaggio che parte a razzo con Die Rockin’, un pezzo che prende subito le orecchie e che ha un’anima del sud con il bridge centrale che pare venire da Muscle Shoals nel quale i cori delle leggendarie McCrary Sisters si incastrano alla perfezione. Un riff duro e l’assolo completano un pezzo che è un vero capolavoro di southern, sporco, ma anche dall’anima gentile. Mona Lisa è anch’essa rock, veloce e con i cori che la completano. La voce di Cody Cannon, come nei precedenti lavori, è l’arma in più, ma le chitarre in questa canzone e il riff centrale le danno un groove irresistibile, un pò come il testo sempre ispirato, sentimenti forti. Come in un ottovolante emozionale con Rolling Stone la velocità cala visibilmente e ci ritroviamo un pezzo introdotto dall’armonica e con un appeal solare da ascoltare coi finestrini abbassati e il sole sulla faccia. Non facciamo in tempo ad abituarci a questo sound ispirato da Waylon Jennings che il chitarrista John Jeffers prende il microfono e ci spara in faccia Bitch, una dedica non tanto velata al pop country e alla musica commerciale, un pezzo che pare venuto da una jam session fra i Beastie Boys e i Lynyrd Skynyrd (giuro!). Testo parlato e riff che ti entra sotto la pelle, dal vivo rende ancora di più e la voglia di saltare è automatica. Divertente e cattiva, punk dal sapore di whiskey, ironia e intelligenza. Non basta saper suonare, bisogna saperlo fare pensando. Gasoline ha nel titolo tutto quello che serve, carburante per un rock dal riff cattivo e una prestazione da rocker di razza di Cannon alla voce, ci sono anche spruzzate di Nirvana per la rabbia con cui ci spara in faccia quello di cui ha bisogno : una Bibbia, una pistola e tanto carburante. La chitarra graffia gli amplificatori e l’assolo effettato fa molto grunge. Non hanno paura di essere americani e texani, la critica non li sfiora, anzi, li rafforza. Non sono mainstream nelle idee, ci credono e si sente. Quando ci si abitua a questo sound, parte un arpeggio di mandolino e violino, country di quello più sanguigno, ecco a voi Bury My Bones, un pezzo fantastico, emozionante come il suo testo, credibili sia come rocker che come cantastorie. Un’abilità, questa, che si trova solo nei grandi. I riferimenti alla loro terra sono sempre in primo piano, le radici contano e sono importanti. Il riff di Glitter Ain’t Gold è cadenzato e i cori soul ci stanno perfettamente, non c’è una nota fuoriposto, gli Stones hanno incontrato una band del Texas e ne è venuto fuori un pezzo che luccica ed è meglio dell’oro. Bellissima. Il country vero è nel sangue di questi ragazzi, grazie a Dio, e Houston County Sky è un pezzo di country ambientato nella loro terra, anche qui sfondo delle loro storie di vita vissuta. Lo vediamo questo cielo, lo sentiamo, il profumo del deserto e del fiume. Se una grande band di rock and roll avesse suonato in un saloon del vecchio west ne sarebbe venuta fuori Little More Money, sapore di deserto e pistole e la voce di Cannon a guidarci in un viaggio fra le chitarre e il canyon. Western moderno lo chiamano nel cinema, ecco, loro lo sono della musica. L’assolo poi spezza l’aria ed è uno dei più belli. L’arpeggio che introduce California to Caroline è bellissimo, una semi-ballad fra la steel-guitar e i cori soul, emozionante poesia in movimento di quelle vissute davvero. Il lavoro delle chitarre e della produzione della band è davvero rimarchevole, un sound perfetto che incornicia perfettamente la loro abilità lirica già nota. Il southern più sanguigno e quasi gotico, sgorga e ci travolge con Kentucky Gold, un riff fatto per ballare ma anche profondo e cupo, e poi l’assolo, ma anche il testo, sono come al solito incastonati in una gemma che brilla di luce propria. Dirvi che è una delle più ispirate è scontato, non fosse che lo sono tutte. La luce, che filtra fra i graffi scuri lasciati dalla precedente canzone, ci voleva e la porta Running, che è un pezzo da suonare e cantare in un on the road, di quelli che gli italiani sognano di fare sulla Route 66. Chitarra acustica, cori e assoli, niente è banale o lasciato al caso, è difficile farlo in 14 pezzi, ma i nostri ci riescono alla grande. Nessun riempitivo, ma un suono che può essere davvero un riferimento per altre band che verranno. Dopo una canzone così non poteva che arrivare una delle canzoni più rock e con il riff più pesante del disco: Hammer  picchia come un martello dovrebbe fare e l’armonica è la ciliegina sulla torta più southern rock del lavoro. Un riff di quelli assassini e, che ve lo dico a fare, la voce sugli scudi. Un’ugola nata per il rock quella del buon Cody Cannon. Altro pezzo stupendo. Siamo arrivati alla fine e potremmo anche definirci soddisfatti e invece i Whiskey Myers alzano l’asticella e sfoderano un pezzo che sarà senza dubbio ricordato come la loro Free Bird o la loro Sympathy for the Devil: Bad Weather inizia con un arpeggio emozionante e regala una prestazione vocale di Cody Tate (che dovrebbe avere scritto alla voce professione: chitarrista) assolutamente fantastica e che ci fa capire che la band non si regge su di un’entità sola, ma è un vero gruppo, tutti per uno e uno per tutti. Un pezzo lungo, in cui la steel guitar accompagna ed emoziona e al solito le liriche dipingono una vera poesia moderna. Una gemma di rock country soul e blues, che non ha un solo genere, ma è questa la sua forza, come l’assolo intrecciato fra le chitarre elettriche e la steel guitar, coraggio e abilità in una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Un capolavoro a chiudere un capolavoro. Il finale tutto di assoli è il sigillo di qualità, l’eredità dei Lynyrd Skynyrd è in mani sicure, sicurissime. In Italia non hanno molto seguito, purtroppo, ma spero di riuscire nel mio piccolo a suscitare interesse verso un lavoro che sarebbe un peccato mortale lasciare solo ad una fetta di ascoltatori amanti del country o del southern. E’ un disco ampio, senza un genere dominante, è solamente rock, attinge a piene mani nell’Enciclopedia iniziata negli anni ’50 con Elvis e passata per i Rolling Stones, il punk e i Lynyrd Skynrd, i Nirvana e Tom Petty, Waylon Jennings e Johnny Cash, ma poi gli dona un’impronta e un tocco personale e l’autoproduzione certifica questo : è un disco dei Whiskey Myers. Ora sono loro l’ispirazione per altri e non vorrei essere nei loro panni, perché dopo un Exile On Main Street la gente si aspetta la conferma e che la storia prosegua, ma siamo certi che i ragazzi da Palestine, Texas non deluderanno, anzi. Ormai sono loro a dettare le regole del gioco e non vediamo l’ora del prossimo capitolo.

P.S. scusate se sono risultato prolisso o ridondante, ma davanti a certe opere d’arte limitarsi a riassunti di poche parole non mi è mai riuscito.

Buon ascolto,

Trex Willer

(potete trovare la versione inglese dell’articolo, a questo link : https://trexroads.altervista.org/whiskey-myers-whiskey-myers-2019/ )