“All Of Your Stones” – The Steel Woods (2021)

E’ dura amici, durissima. Mentre scrivo questa recensione, non posso non commuovermi e non emozionarmi, pensando a tutto quello che significa questo disco, questi 9 pezzi (più una breve intro), uno più bello dell’altro. 9 pietre preziosissime, il lascito al mondo di un artista unico e sottovalutato dal mainstream, un uomo divorato per anni da demoni e problemi di salute ma dai quali ne era uscito, con fatica, impegno e cicatrici. Jason “Rowdy” Cope (15 marzo 1978 – 16 gennaio 2021) era un chitarrista, un autore, un produttore e un leader come nella musica ne nascono pochi. Orecchio fino e talento unico. Dopo essere stato il chitarrista del leggendario Jamey Johnson per quasi 10 anni, decide di dare corpo alla sua visione musicale, assieme al giovane cantante Wes Bayliss : fondere il southern rock più sanguigno e intricato, ispirato dai Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers Band, al country più ancorato alle radici per creare un sound unico e riconoscibile che pagava pegno anche al suo amore per band come i Black Sabbath o rocker come Tom Petty. Un mix che detto così sembra quasi assurdo, ma che il talento e la passione di questi due artisti hanno reso possibile e ha dato vita e corpo agli Steel Woods (a cui si aggiungono il bassista Johnny Stanton e il batterista Jay Tooke, poi rimpiazzato nel 2020 da Isaac Senty). Esordio datato 2017 con l’eccezionale Straw In The Wind, seguito nel 2019 da Old News che ci regala una band matura, consapevole, con un songwriting di livello e cover coraggiose. Nei primi due dischi ci sono versioni che quasi superano gli originali di due pezzi dei Black Sabbath (Hole in the Sky e Changes), di Tom Petty (Southern Accent), della Allman Brothers Band (Whipping Post, che coraggio!), di Townes Van Zandt (Catfish Song) e di Merle Haggard (Are The Good Times Really Over). La band diviene riferimento per il southern rock di matrice blue collar assieme ai Whiskey Myers e ai Blackberry Smoke. I live si susseguono e il nome circola, prima di questa situazione tragica che ha fermato tutto e quindi anche la macchina dei live, dovevano venire per la prima volta anche in Italia il 15 luglio 2020 a Milano (ero fiero possessore di un biglietto per assistervi). Un rinvio (poi diventato annullamento) che ci priverà per sempre di vedere la band al completo, di vedere la visione di un ragazzo dal talento unico portatoci via troppo presto. Infatti la notte del 16 gennaio 2021, probabilmente per complicazioni dovute al diabete, Jason Cope non si risveglierà più. Lasciando il mondo e i fans attoniti e devastati, un uomo che come vedremo in questo disco, dove ora i testi assumono una valenza quasi premonitrice, aveva superato i suoi demoni, le dipendenze ed era pronto a far vedere al mondo che la sua musica e il suo talento non erano comuni. Ascoltare ora un brano come il primo (dopo l’intro) Out of the Blue è lancinante, commuove fino alle lacrime. Fuori dal blue, cioè dai demoni, dalla tristezza, dalla sofferenza mentre la musica è pesante, un riff pieno e cadenzato, molto blues rock dall’anima southern, la voce incisiva e potente di Bayliss apre il cuore e scuote l’anima. L’assolo finale squarcia l’aria per portarci fuori dal blu profondo di pensieri brutti. Ascoltarla ora è così devastante, i cori e la ritmica potente non aiutano a trattenere le lacrime. L’album era completato e quindi la visione e l’eredità musicale che ci arriva era e resta quella sua originale, però non si può ascoltare questo capolavoro senza pensare a cosa ci siamo persi per il futuro. You’re Cold inizia con un lavoro di chitarre pazzesco, aggrovigliato, trascinante e un groove che avvolge le orecchie, la voce di Wes Bayliss è quanto di più intenso ed emozionante abbia mai ascoltato negli ultimi anni, Ronnie Van Zant aleggia nell’aria. Quando pensiamo che il meglio del pezzo è già arrivato, arriva uno stacco di basso quasi progressive di Stanton che innalza la qualità (già altissima) degli arrangiamenti, un ritmo che mozza il fiato in gola e che fa da introduzione ad un finale strumentale eccezionale, chitarre e chiusura di archi. Capolavoro! La ballata rock You Never Came Home inizia dolce col pianoforte e ci regala un assolo stupendo che è avvolto dalla voce indimenticabile di Bayliss, non una nota fuoriposto , un altro arrangiamento da fuoriclasse e un testo che letto oggi fa ancora più male, confesso ascoltandolo ho pianto. Non si può non pensare al tragico destino che ha colpito chi ha scritto queste parole. E che dire della successiva Ole Pal (Vecchio Amico)? Le lacrime che non avete usato per quella prima, lasciatele per questa stupenda canzone acustica, in cui Wes canta delle frasi che lacerano l’anima ascoltate oggi  Vecchio compagno, vecchio amico mio / Ho bisogno di parlarti adesso / Sei l’unico che potrebbe capire. Un pezzo arricchito dai violini e dalla slide, un sapore forte di country e di radici. Un gioiello che muoverà parecchi cuori. La cover scelta per il disco è un tributo ad una delle più grandi southern rock band della storia, una che ha ispirato anche gli Steel Woods, e cioè i Lynyrd Skynyrd. Cope e i Woods ci regalano una versione incredibile di I Need You, che è stata forse una delle più intense mai scritte dai ragazzi di Jacksonville (Lynyrd Skynyrd, ndr). Una rilettura blues rock di un capolavoro, chitarre che si trascinano nelle paludi southern graffiando l’aria, la stupenda voce di Wes si completa perfettamente nel duetto con la cantante Ashley Monroe. Un pezzo lungo, il più lungo del disco che si conclude come una jam session sudista per completare la dedica ai maestri Lynyrd ma anche all’altra band che ha ispirato fin dall’inizio il suono di questa band e cioè la Allman Brothers Band, dove si intrecciavano le chitarre di Duane Allman e Dickey Betts. Emozionante. Le chitarre diventano acustiche e un’altra ballata ci lacera il cuore, Wes Bayliss e la sua voce ci entrano dentro e mentre ci cantano le parole di Run On Ahead, pensando a quello che è successo ci portano ad altre lacrime :Vorrei che vivessimo per sempre / oh come vorrei che non fosse così / che usuriamo i nostri corpi proprio come le scarpe. Un pezzo stupendo dopo l’altro, senza interruzioni, senza cali , che la scomparsa di Rowdy ha elevato ad un’eredità postuma involontaria e quasi tragicamente premonitrice. Dopo questo pezzo, arriva il brano più rock del lotto, la stupenda Baby Slow Down. La chitarra di Cope regala dei riffs intricati, geniali e il testo a sua firma è una poesia emozionante. Le parole che sua madre preoccupata diceva al figlio vedendolo in pericolo a causa dei suoi demoni e della sua vita al limite, parole che come per gli altri pezzi letti oggi devastano l’anima. Possiamo solo immaginare quello che ha provato sua madre a sentirle dopo, cantate poi da una voce come quella di Bayliss, cosi intensa, potente, emozionante. La ciliegina è il lavoro della chitarra, talento sottovalutato quello di Cope, gli “intenditori” di Nashville dovrebbero fare ammenda anche se postuma. Ci ha abbandonati uno che ha lasciato un vuoto incolmabile. Bellissima anche la successiva Aiming For You, un southern rock che ha nelle chitarre grasse e in un assolo di una bellezza scintillante, la sua forza, senza tralasciare l’ennesima prestazione vocale da maestro di Bayliss. Dopo aver servito per 9 anni nella sua band, Jason Cope per la title track ci regala una canzone scritta assieme a Jamey Johnson. Un pezzo country rock che ha un’intensità da lasciare senza fiato, chitarre ritmica e voce, un monolite emozionale che fanno da corollario ad un testo incisivo e non banale sul come usare i giudizi malvagi e le ingiustizie della propria vita per costruire successi e gioie. Messa così alla fine è quasi un invito ad usare il lascito e l’eredità di un grande artista per essere positivi ed andare avanti col sorriso, non dimenticandoci mai da dove veniamo e quali pesanti pietre ci sono volute per costruire la propria casa. Un finale perfetto per un disco che definire perfetto non è esagerato. Le avevo definite pietre preziose prendendo spunto dal titolo e sono così : 9 pietre preziose, emozionanti, intense, trascinanti e non banali. C’è chi vorrà catalogarli, relegarli ad un genere, come si è tentato di fare per i Whiskey Myers, ma non è solo southern rock, ma anche country, blues e folk, c’è la poesia e la finezza intellettuale dei testi, è arte signori come quella delle grandi band del passato di cui gli Steel Woods erano fra i più fieri eredi. Però sbaglio parlando al passato, posso gridare SONO ancora gli eredi perchè il nuovo chitarrista Tyler Powers (che già conosceva proprio Cope) ha già dimostrato in alcuni live che ha il talento e il carattere per tenere alta la bandiera degli SW, certo il deus ex-machina del loro sound non è più fisicamente fra loro ma siamo certi che il suo lascito non sarà sprecato da questi ragazzi che hanno il talento e l’ispirazione per andare avanti. Verso nuovi live, dove questi 9 pezzi troveranno il loro completamento e negli anni a venire per continuare un lavoro appena all’inizio ma già leggendario. Grazie di tutto Rowdy, non ti dimenticheremo mai.

Buon ascolto,

Trex Willer

(potete trovare la versione inglese di questo articolo a questo link : https://trexroads.altervista.org/all-of-your-stones-the-steel-woods-2021-english/ )